Amianto e lavoro, la solita vecchia storia…di oggi

pericolo_amiantoUn lavoro per cui valga la pena lottare. Un posto sicuro in grado di garantire una vita stabile e dignitosa a chi poi si ritrova ad aprire gli occhi difronte ad una realtà sconcertante. <<E’ un minerale molto sottile, che diventa nocivo nel momento in cui la sua polvere bianca viene respirata. Questo provoca tosse, male ai reni, e va a trasformarsi in un cancro >>. Parliamo del serial killer che ha ucciso 3000 persone intorno alla metà del 1900. Ci troviamo a Casale Monferrato, un piccolo comune nel piemontese. Dopo aver scoperto la cupa storia di Mario Pavesi, a causa di un lavoro sicuro, andiamo a chiedere maggiori informazioni all’attuale presidentessa delle vittime dell’amianto: Romana Balsotti Pavesi, moglie di Mario.
La donna, con fare austero, si presenta rendendosi subito molto disponibile. Ha degli occhi che guardano il futuro, ma solo perché vogliono capire il passato. Un viso stanco e vissuto di chi ha dovuto curare una ferita con lacrime, rabbia, e un’irrefrenabile voglia di giustizia. Nella sua voce tanta grinta e voglia di fare. Le chiediamo dunque di riassumere la sua storia, e lei esordisce dicendo: << Ho cominciato a combattere il problema dell’amianto già nell’82. Mio marito era l’unico lavoratore della mia famiglia; si è ammalato ed è venuto a mancare il 17 maggio del 1983, a 60 anni. Il suo era un mesotelioma pleurico che anche attraverso l’aiuto della chemioterapia, non si è riuscito a sconfiggere, come quello di altri lavoratori della fabbrica dell’eternit qui a Casale, o in altri stabilimenti >>.
<< I dottori di Casale non avevano notato nulla? >>
<< Noi siamo stati i primi. I medici si accorgevano che qualcosa non andava, soprattutto dai manifesti dei morti attaccati alle porte della fabbrica, ma non si è fatto tanto, anche se i mezzi c’erano >>.
<< Ci sono state altre perdite a causa dello stesso motivo all’interno della sua famiglia? >>
<< Sì, mia sorella nel 1989, all’età di 59 anni. Nel 2003 sono venuti a mancare una cugina, anche se non dentro lo stabilimento, ed un nipote cinquantenne. Anche mia figlia a marzo ha saputo di essere malata come il padre, e ad agosto dello stesso anno, se n’è andata >>. La donna interrompe per un attimo l’intervista. I suoi occhi bruciano. Diventano lucidi. Inizia a balbettare dall’emozione…
<< Come ha potuto e voluto intervenire? >>
<< Ho incominciato grazie al sindacato, deciso a provvedere. Il sindaco nell’87 ha vietato la vendita di amianto nelle zone vicine. E poi dopo tante urla, raccolte firme, lotte e rivolte, nel ’92 viene promulgata la legge ufficiale che proibisce l’utilizzo del minerale>>.
<< Quali sono stati i risultati ottenuti? >>
<< Sono stata davvero delusa dall’esito del processo. Dopo così tanti sforzi credevo e speravo di avercela fatta, di aver incastrato coloro che sapevano, ma che non hanno avuto il coraggio di parlare, ma il capo della fabbrica, un barone ed un signore svizzero, sono riusciti a farla franca. Sono stata mandata a casa sentendomi dire che non si avevano abbastanza prove per provare la realtà>>.
Rabbia, forte commozione, e delusione negli occhi della donna, nei confronti degli ormai circa 500 all’anno, che muoiono sul lavoro. Quel lavoro che ogni giorno permette all’uomo di mantenere una famiglia, di trasmettergli dei valori. Passano gli anni, eppure le dinamiche si ripetono. Insolute. Da chi muore a causa del lavoro “sicuro”, a chi muore perché un lavoro non ce l’ha.

Martina Fedeli

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