Insciallah: la piccola Iliade della Fallaci

insciallahTenacia. Durezza. Coraggio. Personalità. Queste le caratteristiche di un grande testimone del Novecento. Oriana Fallaci. Giornalista. Passione, devozione, attenzione al particolare e sacrificio. È tutto questo la sua scrittura. Strumento volto a far vedere agli altri cose che non vedono, far sentire agli altri cose che non sentono, fargli immaginare cose che non immaginano, anticipare idee, trasmettere immagini e sensazioni. È questo che faceva e continua a fare ogni volta che si inizia a leggere un suo libro, e ci è riuscita, perché su ogni esperienza personale lasciava brandelli di anima. Ci è riuscita, perché partecipava a ciò che vedeva come se fosse stato un fatto personale. Ne ha fatte di scelte. Ne ha prese di posizioni scegliendo ogni parola e virgola e punto nei suoi articoli. È cresciuta, respirando l’aria di Firenze. Ha vissuto, sentendo l’odore della fatica, della forza, dell’uomo, dell’amore, della vita, della morte. Conosceva l’uomo, Oriana Fallaci. Aveva imparato a conoscerlo in guerra, e “niente rivela l’Uomo quanto la guerra. Niente ne esaspera con uguale forza la bellezza e la bruttezza, l’intelligenza e la stoltezza, la bestialità e l’umanità, il coraggio e la vigliaccheria”. Sono le parole stampate sulla copertina di “Insciallah”. L’ho letto in un’estate soffocante ed è stato come essere svegliati da un amico con una pentola piena d’acqua freddissima, che ti toglie il respiro per un po’ ma ti sveglia, che per un po’ ti fa arrabbiare ma ti sveglia. In un agosto caldissimo, ero a Beirut ed ho conosciuto l’armata italiana guidata dal Condor, il comandante del contingente. Ho recitato a memoria Seneca, Cicerone e Ovidio, insieme a Cavallo Pazzo. Ho conosciuto Sandokan e ho capito la corazza di chi crede negli ideali della guerra e nasconde il proprio animo pacifista. Ho compreso l’amore per la filosofia del Professore, un uomo di poche parole, lettore di Erasmo e Kant, autore di lettere mai spedite per una moglie mai conosciuta. Ho vissuto tra i soldati semplici: Luca, Nicola, Stefano, Fifì, Martino, Ferruccio, Calogero il Pescatore, Cipolla, Chiodo, Nazareno. Ci sono stata quando Fabio ha abbracciato il suo amico e, detto addio con rabbia, ai loro progetti insieme, in pace, in America. Ho conosciuto Angelo, poi Ninette, e la loro storia d’amore vissuta in una città pervasa dalla morte, invasa dai cani randagi. Insieme ad Angelo ho cercato la formula della vita, scoprendo quella della morte: l’equazione fornita da Ludwing Boltzmann:S = K ln W. Ho sentito parlare l’inglese, il francese, l’arabo. Confuso spesso i vari dialetti italiani. Ho scoperto la bellezza della diversità del Mondo. Ho conosciuto la vita, le paure dell’uomo e il suo istinto di sopravvivenza. Il dolore fisico e dell’anima. La guerra che è morte. Ho capito cosa significa vivere e non avere il controllo, e cosa significa fare un errore e sbagliare la propria vita. È questione di tempo, nella vita: quando il timer è a zero, il treno è passato. È come un videogame, senza trucchetti, e se sbagli poi ci sei dentro, e non puoi mandarlo indietro, il tempo. È come nella realtà se scegli di andare in guerra, poi ci sei, e ti svegli. Ci sei e ti lasci cambiare e vivi: insciallah. Insegna questo la piccola Iliade che ci ha lasciato Oriana Fallaci, un grande scrittore.

Chiara Campanari

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