“Attraversatelo quel benedetto prato!”

holden“Voglio lasciarvi con due immagini nella testa quando andrete via…perché poi è per questo che siamo qui”. Così apre Alessandro Baricco la sua lezione ad iScuola nel maggio 2012; lezione a cui “dare un titolo non serve a niente”; queste le parole dello scrittore tifoso del Toro.

2012, beh, un po’ datato, è vero…ma poi, quando si tratta di immagini, poco importa la loro età, l’intensità dei loro colori, lo spessore dello strato di polvere che vi si posa sopra o quanto sia netto il taglio dei loro bordi. Infondo poi, sono solo immagini.. Baricco, colui che parla di tutto parlando di niente; pittore di treni, di zattere, di acqua e di luce stavolta si limita ad aggiungere pennellate qua e là alle opere di altri.

Poi, quasi senza farsi vedere, strappando e cucendo insieme pezzi di racconti diversi, ecco che, senza sporcarsi le mani, propone al suo pubblico universitario un’immagine completamente nuova, diversa…così che poi..ognuno ci veda quel che può. E loro stanno lì,lì come una schiera di bambini di vent’anni ipnotizzati dai cartoni di Dragonball. Semplicemente stanno lì e si fissano quell’immagine nella testa.

Per primo cita Vonnegut, scrittore americano, o meglio cita lui che cita suo figlio, “il pazzo” o la persona più saggia di cui abbia mai scritto. L’immagine? Un bosco, un prato, un portico.

“Attraversare il prato ti fa arrivare lì, lì dove si diventa grandi”…lì dove i grandi già grandi ti aspettano e, cavolo, avrebbero il dovere di farlo cercando di sembrare il meno vecchi, grassi e stanchi possibile. Devi volerci arrivare laggiù. E nel prato l’erba è alta, trasandata. E’ pieno di mine quel prato; e poi, inutile perdere tempo a cercarli, in quel posto lì non c’è più nemmeno un cartello. “Siamo in ritardo, siamo maledettamente in ritardo. Già, noi grandi non sistemiamo da un po’; siamo in ritardo. Scusate”. Parla così l’autore del più grande sogno a vapore che carta ed inchiostro abbiano mai visto.

E poi, ne cita un altro; Salinger, anche lui scrittore, anche lui americano, anche lui che scrive di un “pazzo” o della persona più saggia di cui abbia mai scritto. Il suo “pazzo” voleva fare il Catcher in the Rye.

Si, il Catcher in the Rye, stare lì a guardare i bambini giocare, correre, rotolarsi in un campo di segale e poi “Tac”, prenderli al volo prima che cadano giù, in un burrone. Così, semplicemente, “Tac”.

Qui, qui che arriva una pennellata ad arte di Baricco. Qui che le due immagini si fondono, qui che si diventa grandi. Qui che i grandi già grandi si alzano dal portico e vanno incontro a chi esce dal bosco per andare a crescere. E alle volte “Tac”, li prendono al volo prima che cadano, oppure li guardano rimettersi in sesto dopo aver messo un piede su una mina: il piede sbagliato o semplicemente la parte spagliata del loro prato di segale.

Altre volte poi, quei signori grandi già grandi non fanno assolutamente niente se non mettere qualche nuovo segnale qua e là; Lo piazzano bene tra una mina e l’altra e poi tornano a sedersi sotto il portico, nelle loro belle poltrone di vimini dall’aria pigra…

Stanno lì, guardano e dicono. << Attraversatelo quel benedetto prato, correte, divertitevi…se serve faticate ma fatelo, al diavolo, fatelo! E se starete per cadere nel burrone, allora “Tac” ; qualcuno vi tirerà su “Tac”. Così. semplicemente. “Tac”.

Non ve ne accorgerete neanche. O forse si, e con questo dò un colpo di pennello anch’io.

Piccolo, con poco colore; dopotutto sono ancora in mezzo al mio prato di segale e non ho la più pallida idea di dove siano le mine. O forse si perche se poi te ne accorgi allora forse sei quasi arrivato, sei quasi grande.

Puoi timbrare il cartellino. E “Tac”, diventare un Catcher in the Rye . “Tac” prenderli al volo. Così. Semplicemente. “Tac”.

Eleonora D’Andrea

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